Lo spasso e l’aggancio alla realtà

Gary Shteyngart – Absurdistan

Tralasciamo i paragoni con Gogol, figli, al solito, più del marketing che della letteratura. Di certo questo è un romanzo spassoso e ricco di invenzioni. Quasi una parodia di certa letteratura ebraico-americana.

Man mano che la lettura delle mirabolanti (dis)avventure capitate al pantagruelico Misa Vainberg – che sogna di tornare a New York ma si perde nell’Absurdistan – procedeva, confesso di aver avvertito soprattutto due riserve, via via più marcate. La prima: il libro tiene un ritmo molto alto, ma tutto questo susseguirsi di trovate senza requie mi dà molto l’aria del testo scritto a tavolino, in cui l’insegnamento delle scuole di scrittura è più forte della stessa voce dell’autore. La seconda: forse a mancare è proprio un aggancio alla realtà, che sorregga l’impalcatura.

Provo a spiegarmi. Tutto sta in piedi ed è persino, a suo modo, plausibile. Ma nel momento in cui si descrivono per filo e per segno le piaghe che flagellano questo miserello stato immaginario ex sovietico viene anche voglia di chiedersi se non sarebbe stato più efficace calare il nostro Misa in un paese “vero”, forzando meno la mano nel descrivere le dinamiche di potere che lo animano. Ne sarebbe uscito un altro romanzo, certo. Forse meno divertente di questo, che indubbiamente lo è. Ma si sarebbe evitata la sensazione della corda, alla lunga, un po’ troppo tirata.

Due o tre McEwan

Ian McEwan – Bambini nel tempo

C’è il McEwan di romanzi come “Amsterdam” o “Cortesie per gli ospiti” che a me riporta alla mente Graham Greene per la capacità di toccare temi importanti – lì l’eutanasia, qui la vita di coppia – scorrendo via leggero. E poi c’è un McEwan che si prende più sul serio, come in “Chesil beach” o in “Bambini nel tempo”, e che sembra quasi voglia dirti: guarda che so scrivere anche romanzi pensosi come i veri grandi scrittori, categoria a cui appartengo di diritto.

Intendiamoci, McEwan sa scrivere davvero ma qui più che altrove sembra disinteressarsi di tutto quello che fa di un testo un romanzo vero e proprio per mettere in pagina una sorta di “tranche de vie” del protagonista. Non che la trama debba esserci sempre e per forza, però… Ecco, se di “Chesil beach” qualcuno ha già scritto questo geniale riassunto: “lei non gliela dà. Per 136 pagine”, per “Bambini del tempo” con meno genio ma uguale dono della sintesi si potrebbe scrivere “l’elaborazione di un lutto. Per 255 pagine”.

E’ solo un’opinione, ma se il McEwan migliore fosse il terzo, cioè quello dei primi due libri di racconti? Quello che aveva un’intuizione notevole che trovava la sua giusta dimensione in una misura più breve e folgorante? Forse aveva meno mestiere del McEwan adulto – ne siamo sicuri? – ma quanto vigore, quanto talento in quelle pagine!

PS: Riletto qualche anno dopo (forse sulla spinta della paternità) rivedo (solo in parte il giudizio):  Bambini nel tempo resta un romanzo solido, ma allo stesso tempo rimane un romanzo sull’elaborazione del lutto e non sulla ricerca di una figlia scomparsa misteriosamente. Il non scegliere strade scontate è una delle sue forze, ma le tante digressioni (le riunioni della commissione parlamentare, la regressione infantile dell’amico editore/politico, il racconto della storia d’amore dei genitori), pur tutte legate intimamente, lo rendono meno fluido di altri suoi romanzi. O almeno credo.

Pensierini-ini-ini sul peggior libro del nostro

Michel Houellebecq – Serotonina

Houellebecq che scrive lo steso romanzo da vent’anni.
Houellebecq che rinuncia completamente al plot.
Houellebecq che scrive in modo sciatto – volutamente?, ma allora perché il finale è così stilisticamente sorvegliato?
Houellebecq e il suo peggior libro.
Houellebecq che inserisce almeno un paio di scena completamente gratuite e che stonano persino in un suo romanzo – la zoofilia dell’ex compagna e quella del pedofilo del bungalow – quasi volesse solo scandalizzare e niente più.
Houellebecq che ha una sola voce e non varia.
Houellebecq che si fa leggere tutto d’un fiato e che ti porta nel suo mondo come nessun altro. Nonostante tutto.

Il paradosso dei paradossi

David Foster Wallace – La scopa del sistema

Cos’altro aggiungere, che non sia già stato scritto su DWF? Vasto programma. Succede che la cosa più scontata da dire sia anche la più lancinante, ed è il pensiero di quante altre pagine geniali avremmo potuto leggere se

Dal riferimento alla sua giovane età non si può sfuggire. E, a ben vedere, proprio all’età è legato a mio avviso il paradosso più grande di un autore che i paradossi amava. Perché ogni pagina di un romanzo come questo, consegnato alle stampe a 25 anni, brulica di vita e invenzioni, a volte talmente folli – come l’immaginare un personaggio che vuole mangiarsi tutto o una vecchia che ha studiato con Wittgenstein e che ha bisogno di stare a 36.9° per vivere, o un editore micropenato che di cognome fa Vigorous, e via di questo passo – da poter essere concepite solo attorno ai vent’anni. Ma, allo stesso, con una consapevolezza di scrittura tale – nel gioco degli incastri, certo, ma più ancora in quel finale in cui per forza sei spinto a riflettere sulle basi stesse del gioco letterario – da far pensare a una persona in piena maturità, tecnica e anagrafica.

Per cui DFW a ben guardare è stato un vecchio morto troppo giovane. O un giovane morto vecchio. Oppure semplicemente un immenso

Il tomacco, Miller e gli effetti benefici della Storia

Antonio Scurati – M

Prendiamola alla lontana. Avete presente il tomacco di una famosa puntata dei Simpson? Quel meraviglioso incrocio fra una pianta di tabacco e una di pomodoro, i cui frutti stregavano chiunque li consumasse, anche se il gusto effettivamente non convinceva del tutto? Ecco, mi viene in mente qualcosa di simile se penso a(gli altr)i romanzi di Scurati.
Da una parte – e forse non lo si mette in risalto abbastanza – credo che il nostro abbia un notevole senso del ritmo nelle frasi e uno stile riconoscibile, quello stile che lo porta ad esempio a ricalcare – chissà quanto consciamente – nell’incipit di “M” uno scrittore all’apparenza lontanissimo come Henry Miller – lì, in “Tropico del cancro”, “siamo soli e siamo morti”, qui, in “M”, “siamo pochi e siamo morti”. Ci sono poi temi sempre coinvolgenti, che si parli di una strage in una classe delle superiori come nel suo “Il sopravvissuto” o delle violenze sui piccoli come ne “Il bambino che sognava la fine del mondo” o di una Venezia apocalittica come ne “La seconda mezzanotte”. Ma poi, ecco che subentra l’aspetto amarognolo, racchiuso, a mio avviso, nella tendenza ad appesantire le pagine con un eccesso di riflessioni, quasi a invertire la regola aurea dello show don’t tell: si ragiona molto nei suoi libri, forse troppo, e spesso l’analisi delle cose, per quanto stimolante e puntuale e arguta, non è controbilanciata dall’azione. E’, secondo me, il suo limite principale.
Un limite che, però, “M” supera di slancio. E se lo supera è proprio grazie all’innesto della Storia, che innerva questo documentatissimo romanzo. Un’opera che, effettivamente mancava nella nostra letteratura e che mancava nella stessa biografia dello Scurati scrittore.
Dopodiché, ritengo che si potrà sempre trovare da ridire di fronte a un romanzo di tale ambizione e portata e non mi riferisco solo alle osservazioni pedanti ma precise mosse con piglio che mi è parso livoroso da Galli della Loggia attraverso le colonne del Corriere qualche tempo fa. Piuttosto, accade perché quando si scrive un’opera di questo spessore è inevitabile che alcune parti, che magari meriterebbero maggiore respiro, vengano tralasciate e che vengano per contro privilegiate altre parti che, a seconda della propria formazione personale, ne meriterebbero meno. E’, allo stesso modo, inevitabile che alcuni personaggi vengano ridotti a mere comparse – Gramsci? Turati? Pirandello? Lo stesso Croce? – mentre altri scrittori li avrebbero inseriti in altro modo. Detto ciò, “M” rimane un romanzo importante, probabilmente destinato a rimanere nella nostra letteratura.
E persino più buono del tomacco.

Come gli sposi promessi

Philip K. Dick – La svastica sul sole

C’è qualcosa di spiazzante dietro a “La svastica sul sole”. E cioè il fatto che un romanzo che si inventa una contro-storia, nella quale sono nazisti e giapponesi a imporsi nella seconda guerra mondiale, sia in fondo più interessato alla storia con la “s” minuscola che alla Storia nei suoi massimi sistemi.
Se ci badate bene, un lettore che non conoscesse altro che non titolo e autore si aspetterebbe di trovare ben altro nelle pagine. E invece le storie che si intrecciano sono quelle di un commerciante di cimeli storici americani (!), un dirigente d’impresa giapponese, un operaio specializzato divorziato, sua moglie che folleggia con un sedicente camionista italiano, un rappresentante industriale svedese che tale non è e l’autore di un libro a sua volta controfattuale, che compare come personaggio solo alla fine. Per intenderci, ci sono Hitler e Goring e Goebbels ma solo come echi lontani, di quelli che senti al tg. I protagonisti sono altri. Ebbene, il paragone suonerà forzato, ma viene in mente il Manzoni dei “Promessi sposi”, che si interessa dichiaratamente della “povera gente” per stendere un’affresco del Seicento e, in fondo, anche del suo Ottocento. E se Dick avesse deciso di inscenare un’operazione simile perché è – anche, se non altro – uno straordinario autore main-stream che non può e non deve essere confinato nelle miopi etichette che gli sono state appiccicate addosso negli anni?
Un’ultima considerazione: nella mise en abyme dell’opera torna più volte la citazione del romanzo “La cavalletta non si alzerà più”, che circola semiclandestinamente e che immagina a sua volta una Storia diversa, in cui a vincere siano stati gli americani. Ma nel gioco straordinario messo in piedi, la piega presa dagli eventi non è comunque la stessa vissuta nella realtà e la Storia descritta non è quella che conosciamo. Il tutto è solo un gioco, appunto. O, forse, qualcosa di più.

Cos’è rimasto di quegli anni Ottanta

Tom Wolfe – Il falò delle vanità

Non dovrei scrivere “io”, ma in questo caso lo faccio per un motivo: ho cercato il libro senza trovarlo, perché è fuori catalogo. Possibile, mi dico, che il romanzo più noto di un grande autore contemporaneo non sia disponibile, considerando che è morto da poco? Così l’ho recuperato usato. E leggendolo mi sono spiegato come mai non sia stato più ristampato (anche se non è una giustificazione: “Il falò” è un libro da leggere e da rimettere in circolazione). Ed è questa: la New York descritta è quella degli anni ’80, quella di Harlem vero e proprio ghetto, di Tribeca quartiere fatiscente etc etc. Chi ha avuto la fortuna di farci un giro di recente sa che non è più così, anzi, sono due tra le zone più chic. Ed è questo il punto: siamo di fronte a un romanzo dal grande respiro, come potevano esserlo quelli di Dickens, e la prosa di Wolfe è vitale come poche, eppure leggendolo si ha l’impressione di essere di fronte a un quadro un po’ datato.
E’, in fondo, un grande romanzo come potevano esserlo quelli dell’Ottocento, ma essendo tutto sommato ambientato “ieri”, tutt’al più “ieri l’altro”, lascia la sensazione di essere legato alla cronaca, quella di un quotidiano del giorno dopo. Sarà che nell’Ottocento il progresso arrivava più lentamente, sarà che quando leggi un romanzo di un secolo fa (ma anche “A sangue freddo”, per intenderci, che pure è molto più vicino) entri in quel clima senza pensare a oggi. Se un limite c’è, in questo – lo ripeto, grande – romanzo, è proprio questo.
Magari fra trent’anni sarà riscoperto.

Un libro divertente che non so se rileggerò più

David Foster Wallace – La ragazza dai capelli strani

“Ed ecco cosa ho fatto”. Punto. Nel senso di: fine della storia. Oppure: “Adesso avanti, chiedetemi se non avremmo preferito non svegliarci più. Avanti”. O anche: “E quindi chiesi a mio marito (…) come pensava che fossimo veramente io e lui, allora. E quello si rivelò essere l’errore”. Sono le conclusioni di tre racconti della raccolta e le cito – senza spoilerare nulla – perché danno l’idea di quella che è una struttura ricorrente, quasi un gioco di Foster Wallace: ogni storia narrata è il preambolo della storia non detta, di quella che verrà, il preludio a un romanzo che non è stato scritto.
Altre riflessioni sparse: Foster Wallace ha dettato il canone, segnato una certa epoca. Non mi riferisco solo al gusto di certe osservazioni, alla scelta di certi aggettivi e non di altri, ma, parlando nello specifico di questa raccolta, al fatto che ha imposto uno stile: in ogni vicenda adotta un punto di vista particolare, ogni personaggio ha una voce diversa dagli altri, ogni racconto va per la sua strada. Ecco, io non so se voi avete mai provato a scrivere qualcosa non solo per voi stessi, se avete mai sottoposto il prodotto dei vostri sforzi a qualcuno che legge testi per professione. Ecco, appunto. Forse vi sarà capitato che vi dica: “Questo personaggio parla come quest’altro!”. Che poi, se ci pensate bene, succede così nella maggior parte dei romanzi, intendo dire che lo stile dell’autore è unico, la pagina riconoscibile, le voci spesso si somigliano, o meglio, un personaggio può pure essere unico nel modo di esprimersi, ma lo è solo quando parla lui. Con Foster Wallace no, lui pare fare volutamente sfoggio alle sue abilità istrioniche. Forse, non l’avessero letto, quegli addetti ai lavori, certe osservazioni non le avrebbero nemmeno formulate. E non perché prima nessun altro abbia mai adottato punti di vista particolari nello stesso libro (Faulkner vi dice nulla?), ma perché è passato Foster Wallace e ha fatto qualcosa di ancora diverso. E’ passato e ha cambiato tutto.
E poi: i racconti. In genere i percorsi sono due: c’è la storia completa, stile Poe, magari col colpo di scena finale, che in un racconto non di genere può sembrare una scorciatoia. O c’è la “tranche de vie”, la fotografia di alcuni momenti, alla Carver. Qui mi rendo conto che semplifico di molto nella generalizzazione, ma ci siamo capiti. In “La ragazza dai capelli strani” non c’è esattamente né una cosa né l’altra. C’è, insomma, qualcosa di diverso. Di unico. E star qui a pensare a quanti altri libri come questo, o anche migliori di questo, avrebbe potuto scrivere mentre io sto qui a sproloquiare, viene un po’ male.

Jonathan Savoir Faire e le sue forzature non sempre illuminate

Jonathan Safran Foer – Eccomi

Se Franzen in Purity lo chiama “Jonathan Savoir Faire” – e devono per forza chiamarsi tutte Jonathan le nuove leve della letteratura? – un motivo ci sarà. Ed è evidente anche in “Eccomi”, sua ultima fatica, più che mai. Ma il termine “fatica” non è usato a caso, perché a mio avviso in questo terzo romanzo dell’autore americano si sente tutto lo sforzo fatto nei dieci anni di silenzio e lavoro che l’hanno preceduto per arrivare a completarlo.

Si sente la vita, si sente il dolore di un matrimonio fallito – ed è inevitabile pensarci nel leggere il romanzo. E il punto è: perchè si ha la sensazione di avere tra le mani un libro importante, ma non scatta la magia scattata nella lettura di “Ogni cosa è illuminata” e di “Molto lontano, incredibilmente vicino?”.

Già, rispondere a questa domanda significa essere a buon punto dell’analisi. Quali sono le differenze macroscopiche tra i primi due volumi e questo? Beh, viene da dire: nei primi due c’era sempre qualcuno alla ricerca di qualcosa, in un clima verosimile, ma al contempo stralunato. Qui, invece, nessuno cerca niente, se non di salvare un matrimonio, che è come dire: vivere. In sostanza, c’è tanto mestiere nei dialoghi che rendono divertente e malinconico il libro, ma non c’è un’evoluzione nella storia. O meglio: c’è nel momento in cui entra in scena il terremoto che sconvolge Israele, ma è un ingresso oltremodo forzato e, oserei direi, persino poco credibile – anche solo per annotazioni del genere che mi sorgevano spontanee andando avanti: come fa un terremoto a riguardare un’area tanto ampia del mondo come l’intero Medio Oriente? E perché mai tutti dovrebbero approfittare della situazione per rifarsi su Israele in quella maniera così priva di sfumature?

Ecco, resta l’impressione che ci sia tanta vita dentro e dietro a “Eccomi”, ma anche più di un nodo irrisolto, più di una forzatura. E le forzature non si addicono per nulla alla prosa che abbiamo imparato ad amare nel nostro Savoir Faire.

Vita che deborda e processioni funerarie umidiccePhilip Roth Il teatro di Sabbath

Philip Roth – Il teatro di Sabbath

Il libro ce l’ho in casa, da un po’ di tempo, assieme ad altri suoi. Tanti altri. E ogni volta mi chiedo: perché leggere un altro Roth? Che altro può darmi in più rispetto a quello che già mi ha detto? I temi sono quasi sempre gli stessi, in fondo. Il sesso, il senso della morte che incombe, l’arte (ma senza riflessioni altisonanti e vuote, l’arte di chi lavora sul serio, che faccia l’attore, il biografo o il burattinaio poco cambia), il rapporto con la propria infanzia, un ebraismo che è più che una patina. In altre parole, la vita.
Già, il tema forte è la vita. E così lo cominci a leggere, e quei temi li ritrovi tutti, e senti che la vita pulsa e scorre, umidiccia e debordante, e non ti puoi tirare indietro.
Poi, anche qui, a voler riassumere quanto accade si fa presto. Un burattinaio, Sabbath, il lutto per la perdita della sua amante, diverse avventure sporcaccione e un paio che hanno lasciato strascichi anche giudiziari, un fratello morto nella seconda guerra mondiale che ha lasciato il segno. Sabbath che gira di qua e di là e recita la sua parte nel mondo. Sembra niente. Ma è tutto, perché ogni pagina scoppia di cose. E alcune immagini restano impresse, su tutte la processione degli amanti a masturbarsi sulla tomba di Drenka. Una scena unica, vivida, malinconica, affettuosa e comica. E altre idee persino “buttate via” (ne dico una, Sabbath che recita Otello e immagina di uccidere in scena sua moglie: tre righe su 400 e passa pagine, altri ne avrebbero fatto un libro).
Così posso anche dirmi che sarà l’ultimo Roth. Ma so che non sarà così.